Un SEO deve soffrire di curiosità patologica

Una bambina curiosa

Photo by Paulius


Un SEO deve soffrire di curiosità patologica. Deve essere mosso dall’incessante desiderio di scoprire l’assassino, di smontare il giocattolo per capire come funziona, di acquisire quante più informazioni utili possibili, di elaborarle per trarne indizi, evidenze e pistole fumanti. Deve nutrirsi di dati, deve imparare a poter mettere in discussione tutto, porre domande scomode, fare critiche sensate e produttive, deve andare oltre l’acquisizione di informazioni e soffermarsi sul loro significato per scoprirne le cause, intuirne i futuri effetti e stimare le tendenze dei fenomeni osservati. Deve circondarsi di interrogativi, di questioni aperte e di quesiti insoluti, perché l’interesse a rispondere alle domande è poca cosa al confronto della prospettiva di poter estendere le proprie conoscenze. E la curiosità non può essere blanda e cortese, deve manifestarsi in una malattia feroce, un male interiore inciso nel DNA, una incurabile condizione patologica che solo per fortuna è stato possibile trasformare in un talento, grazie ad un mestiere assurdo fatto per folli. Un SEO deve essere un rompicoglioni invadente, perché “ottimizzare” significa semplicemente “migliorare” e se vuoi migliorare qualcosa, da un sito web ad un’azienda, devi necessariamente inquisire tutto, di tutti e costantemente.

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I siti veloci hanno ranking migliori? Macché, è una bufala!

Tartaruga

Nel 2010 il blog ufficiale di Google dedicato ai webmaster ha pubblicato un post che annunciava che la velocità dei siti era entrata a far parte dei segnali valutati per stabilire l’ordine dei risultati delle SERP.

Il post possiede alcune caratteristice “inusuali”, come vi mostrerò in seguito, e sopratutto rimane estremamente generico nello spiegare in che modo le prestazioni dei siti influiscono sulla loro posizione.

In particolare, il termine inglese usato nel post per fare riferimento al nuovo segnale è “speed” e non “performance”. E’ mio parere che usando la parola “speed” diversi lettori siano stati indotti a credere che, a parità di altri fattori, ad ottenere posizioni migliori fossero i siti più veloci.

Non è così. Nell’articolo sulle “10 nuove cagate SEO” avevo accennato all’argomento ma adesso vi fornirò la spiegazione dettagliata.

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Le 10 nuove cagate SEO di cui non si dovrebbe parlare più

MAI più.

Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione del famigerato articolo “Le 10 cagate SEO di cui non si dovrebbe parlare più“, che si è diffuso viralmente contro ogni previsione e che ha prodotto tra SEO e webmaster una quantità di commenti e apprezzamenti inaspettata.

SEO urlo

Copyright © Fabio Agostini

Per “cagate SEO” si intendono quegli argomenti di nessuna importanza e quei luoghi comuni inaffondabili su cui i SEO amano riversare fiumi di chiacchiere inutili. Tutte discussioni che dovrebbero essere archiviate definitivamente.

Siccome la produzione di materia fecale è intrinseca della natura umana e degli ambienti SEO/markettari, nel corso del tempo si sono accumulate nuove cagate SEO che è imperativo mettere a tacere per sempre, sotto gli scrosci di abbondanti tirate d’acqua.

Tutti i temi che seguono sono riferiti a Google, che dalle nostre parti è il motore di ricerca monopolista. Disclaimer e precisazioni le ho già fatte nell’introduzione della prima edizione delle “10 cagate SEO”, quindi potete leggerle lì se volete.

Orsù, disdicete l’abbonamento a “Pleistocene Oggi” (cit.) e proseguite con la lettura.

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5 nozioni semplici semplici sugli errori 404

404 Not Found

Questo post dedicato agli status 404 è volutamente poco approfondito.

In realtà per far le cose per bene, dovrei spiegare che la gestione dei contenuti inesistenti di un sito cambia sia al variare della tipologia del contenuto sia a seconda della ragione per la quale il contenuto non esiste (più).

Il primo esempio che mi viene in mente è quello della gestione di prodotti o contenuti temporanamente non disponibili. Non esistono regole generiche che possano essere applicate in ogni caso e mi è capitato nel corso del tempo di suggerire almeno due soluzioni tecniche diverse a seconda dei contenuti.

Mi riservo quindi di scrivere in futuro un bell’articolo SEO su dei casi specifici, nei quali l’uso dei codici di stato varia nonostante premesse simili.

Per il momento, accontentatevi di queste semplici nozioni generali e di un flow-chart chiarificatore.

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Lo strumento di rimozione URL di GWT è una piaga da non usare

Segnale di divieto rimozione URL

(a grande richiesta, un articolo breve per far riprendere fiato ai lettori)

Questo articolo dovrebbe in teoria essere parte di un più vasto argomento che potrei intitolare “Google Webmaster Tools non è Google”.

Nel corso del tempo ho infatti osservato diversi casi in cui alcune persone reagivano alle informazioni pubblicate su GWT come se esse fossero valutazioni sul sito svolte dal motore di ricerca.

In realtà le cose non stanno proprio così e non mancherà l’occasione di affrontare l’equivoco più ampio, tuttavia questo post è dedicato ad una piaga specifica: il tool per la rimozione delle pagine dai risultati di ricerca di Google, che nella versione inglese di GWT viene chiamato “Remove URLs”.

Lascia perplessi quanto la finalità di questo tool sia stata incompresa da webmaster e SEO: in tutti gli episodi che ho valutato tale funzionalità di rimozione URL è stata infatti usata in modo errato, rendendo la vita a Google un po’ più difficile.

La confusione attorno allo strumento di rimozione URL è talmente grande e diffusa che questa funzionalità mi risulta essere l’unica per la quale Google si sia spinto a creare un’apposita pagina di supporto che spiega quando non usare il tool di rimozione URL.

Vale dunque la pena di capire come stanno effettivamente le cose per evitare errori futuri.

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Come calcolare la distribuzione del “PageRank” tra le pagine di un sito

PageRank logo

Un’ottima descrizione del PageRank e della sua relazione con un sito web può essere data parafrasando le parole di Obi Wan Kenobi quando in Star Wars descrive il concetto de “La Forza“.

“Il PageRank è ciò che dà al sito la possanza. E’ un campo energetico creato da tutte le risorse. Le circonda, le penetra, mantiene unito tutto il sito.”

Non fatevi ingannare dal paragone apparentemente giocoso e superficiale: in realtà è davvero incredibile quanto la descrizione che ho appena dato combaci perfettamente con le caratteristiche della formula del PageRank.

Dal punto di vista matematico, il PageRank viene effettivamente creato da ciascuna risorsa, si accumula e si distribuisce tra esse in funzione delle relazioni che esistono tra loro ed è uno di quei segnali che conferiscono ai siti quella “possanza” che viene tenuta in considerazione da Google quando c’è da stabilire quanta visibilità concedere a tutti i siti web.

In questo articolo spiego come prendere visione del modo in cui il PageRank di un sito si distribuisce tra le sue pagine e sezioni, un’informazione che può aiutare a capire se un sito ha problemi di dispersione del PageRank o se lo distribuisce in modo non compatibile con gli obiettivi di business.

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