Campagna contro l’abuso del termine “virale”

Lo leggo molto spesso sui siti dei consulenti markettari e allora ho deciso di imbastire la mia personale campagna contro l’abuso del termine “virale”, cioè quando usato come aggettivo per un prodotto che è ancora in fase di ideazione, progettazione o realizzazione.

Esempio: “Adesso scrivo un articolo virale”, oppure “Il cliente ha commissionato un video virale”.

Reality check: in fase di produzione di qualcosa, l’aggettivo “virale” non può essere attribuito al prodotto che deve ancora nascere, perché la viralità è un fenomeno che si manifesta, solo a volte, quando il prodotto è stato ultimato e presentato al pubblico.

Grafico degli influencer

Visualizzazione di fenomeno virale scaturito dalla pubblicazione di un precedente articolo.

Nessuno direbbe: “Questa mattina devo scrivere un articolo famoso” o “Sto scrivendo il soggetto di un film popolare”, perché gli aggettivi “famoso” e “popolare” non sono una caratteristica intrinseca del prodotto o un attributo col quale il prodotto nasce.

Per la stessa ragione, non si può produrre niente di virale. Al massimo si può produrre qualcosa che poi la gente diffonderà viralmente, perché considerato molto interessante.

L’abuso del termine “virale” che osservo in giro, al di là delle considerazioni sulla presunzione di chi vorrebbe far credere di poter produrre qualcosa di intrinsecamente virale, è un uso errato della logica e genera un’aberrazione linguistica.

Il mio consiglio è di togliersi dalla testa l’aggettivo “virale” quando attribuito a qualcosa che deve ancora nascere, tornare a produrre cose interessanti e vivere la viralità come una possibile conseguenza della qualità del proprio lavoro, non come un prodotto da supermercato da includere nella lista della spesa da proporre ad un cliente.

La viralità è un riconoscimento concesso dalla gente, non una caratteristica infusa dal realizzatore.

My two cents.

10 Responses to Campagna contro l’abuso del termine “virale”

  1. Andrea scrive il 17 January 2012 at 08:35

    Concordo in pieno…è da un po’ che volevo scrivere un pensiero simile!
    Ci hai pensato tu.

  2. Pasquale Gangemi scrive il 17 January 2012 at 09:58

    Ciao, sono d’accordissimo con te.
    Negli ultimi tempi effettivamente, il termine è divenuto non solo di uso comune ma anche stra-abusato. Frasi del tipo: “facciamo un virale” si sentono sempre più spesso ed ogni volta in cui sento un’aberrazione del genere, vorrei non aver mai studiato per rimanere nella mia ignoranza e non comprendere la suddetta castroneria.
    Pertanto condividerò l’articolo ovunque mi sia possibile 😀 nella speranza che tu riesca ad evangelizzare il maggior numero di gente possibile! Buona giornata!

  3. Seo Anziano scrive il 17 January 2012 at 10:53

    Questa campagna contro l’ abuso del termine viralità non è abbastanza virale…
    dovresti iniettarci dentro qualche bacillo ad hoc: una bella infografica, un filmatino divertente con gattino [malato], oppure (ancor più efficace) un cinemagraph che ritrae un’agente batterico che muove solo le zampette (ma non va da nessuna parte).

    La diffusione virale sarebbe chiaramente garantita “a prescindere”…
    ;-D

  4. salvatore scrive il 30 January 2012 at 12:18

    Devo riconoscere che questo aspetto mi è sempre sfuggito, in questi mesi. In effetti si tratta di una considerazione che consegue dai fatti, non che puoi preventivare a priori.

    Domanda: il grafico è stato fatto con qualche strumento ad hoc :) ? (quando vedo grafi e simili relativi al web divento curioso)

    • LowLevel scrive il 30 January 2012 at 16:23

      Ciao Salvatore,

      le modalità di creazione di quel grafico e gli strumenti usati li trovi in questo articolo di analisi della viralità dei tweet. :)

  5. salvatore scrive il 30 January 2012 at 18:40

    Ottimo, grazie mille Enrico!

  6. EmanueleDG scrive il 1 March 2012 at 14:53

    Spero che questa campagna diventi assolutamente virale.

  7. Enrico Giammarco scrive il 17 March 2013 at 09:04

    Post da incorniciare…la definizione “a posteriori” di virale dovrebbe essere alla base del social media marketing…

  8. Enrico Giammarco scrive il 17 March 2013 at 10:01

    Ottimo e puntuale post, la definizione “a posteriori” è essenziale per il concetto di viralità…

  9. Daniela Trifone scrive il 21 August 2013 at 17:09

    Ciao Low,
    Personalmente vedo la viralità come la propensione di chi fruisce il contenuto a condividere spontaneamente con altri il proprio parere sull’esperienza fruita, indipendentemente dal canale di comunicazione utilizzato.

    Dunque moda, gossip e tormentoni estivi rientrano nella categoria dei temi che necessitano di una progettazione dell’elemento virale per ottenere il successo.
    Che poi non tutti raggiungano lo stesso livello di rumore generato è un altro discorso e dipende molto dall’esperienza dei PR/marketer, oltre che dalla semplice fortuna :)

    Dietro a tormentoni come Gangnam Style c’è una ricerca meticolosa per produrre una hit che possa essere apprezzata dal grande pubblico mondiale e in genere nell’industria dell’intrattenimento, così come in quella della moda, saper prevedere la risposta della massa a un certo tipo di stimoli è fondamentale.

    Trovo peculiare l’approccio impulsivo di alcune realtà italiane nel lanciarsi in iniziative “virali” online, tanto amatoriali quanto naif, quando su tutti gli altri canali mantengono rigore e distacco nei confronti del pubblico: in quei casi non mi sorprende che i risultati non raggiungano la reach sperata, d’altronde se il brand non si è mai interessato a coltivare una fan base reale, le dimostrazioni di affetto online saranno limitate.

    Per questi motivi il tuo post mi lascia perplessa, non parlerei di virale solo a titolo postumo in quanto la progettazione ha un ruolo fondamentale, ma sono d’accordo con te sul fatto che la valutazione dell’esatta efficacia dell’iniziativa prima del suo lancio è davvero difficile da prevedere, ma anche su questo le cose si stanno muovendo 😉

    My 2 pence,
    Daniela.

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