Incremento dei click sulle SERP: dal test al “Click Love”

Click Love
Per chi mi segue da un po’, sa che il tipo di web analysis che mi piace di più è quello che prevede di sporcarsi con po’ le mani con test e calcoli.

Questo articolo descrive come ho svolto un test per determinare se una piccola modifica al testo di un tag TITLE avrebbe prodotto un CTR maggiore sulle SERP di Google.

Come spesso capita, tuttavia, “l’appetito vien mangiando” e oltre a determinare l’esito del test sulla base dei KPI definiti, lungo il cammino mi è venuta un’idea per definire un KPI diverso dal CTR, che potrà essere sfruttato in test futuri.

Vi do dunque visibilità dell’intero processo che ho seguito, dall’idea all’esecuzione, alle considerazioni che mi hanno spinto a tirar fuori dal cappello anche qualcosa di nuovo.

Ne approfitto per ringraziare il cliente che mi ha dato il permesso di divulgare i risultati del test, opportunamente anonimizzati.

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Velocizzare un sito con prefetch/prerender: dall’analisi ad un plugin WordPress

Lumaca spinta da un omino

I SEO sono probabilmente tra i soggetti che conoscono meglio la necessità di ottimizzare la reattività di un sito web. Siti più reattivi soddisfano meglio gli utenti e tale soddisfazione ha benefici anche sulle conversioni.

L’approccio all’ottimizzazione della velocità dei siti, tuttavia, è spesso legato all’implementazione di linee guida suggerite da strumenti quali GTmetrix e WebPageTest.

Se da un lato è vero che per ogni suggerimento ricevuto dagli strumenti viene poi valutato il rapporto costi/benefici della sua implementazione, tali considerazioni di opportunità rimangono spesso circoscritte ad un contesto tecnico, senza essere estese a valutazioni delle abitudini delle diverse tipologie di visitatori del sito.

Scrivo questo articolo per proporre un esempio di un’ottimizzazione della velocità di un sito che si può ottenere attraverso l’implementazione delle relazioni prefetch e prerender, sfruttando una semplice analisi del comportamento degli utenti su un sito.

L’obiettivo dell’articolo è mostrare il filo logico che ho seguito per arrivare al risultato finale. Il sito usato come cavia è, per mia comodità, LowLevel.it

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Arriva il meta referrer: conseguenze per la web analytics

Un paio di mesi fa Google annunciò una novità che sarebbe stata introdotta nel codice HTML delle SERP.

Con l’obiettivo di rendere la fruizione delle SERP più veloci per l’utente e di farlo approdare sulla pagina di destinazione il più velocemente possibile, Google ha deciso di implementare il meta tag referrer, una proposta del Web Hypertext Application Technology Working Group che rende possibile ai siti web di chiedere ai browser come gestire i contenuti dell’intestazione HTTP referer.

Utente PC disperatoQuesta soluzione, quando verrà applicata, cambierà nuovamente le carte in tavola per la web analytics.

Questo articolo mostra i primi tentativi di implementazione del meta tag referrer sulle SERP di Google, che conseguenze esso avrà per i siti sulle SERP e qualche problemino temporaneo che mi è capitato di osservare.

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La mia battaglia contro le query Not Provided

Quando ho iniziato la mia ricerca per tentare di risalire alle reali query degli accessi “Not Provided” davo già per scontato che non sarei riuscito nell’impresa di risalire ai testi digitati dagli utenti.

Beninteso, non si trattava di mancanza di fiducia ma della normale conseguenza di un’osservazione: i siti su cui approdano gli utenti delle SERP non ricevono apparentemente alcuna informazione sulla query digitata.

E quindi rassegnazione e morta lì, giusto? Sbagliato. E vi spiego il perché…

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Cagate SEO virali: web analysis di un fenomeno sociale

Mi sono reso conto con un po’ di stupore di non aver ancora affrontato su questo blog il tema della web analysis, se non in modo indiretto.

In realtà sono estremamente affascinato dallo studio e dall’interpretazione dei fenomeni sociali su Internet e in particolare sono attratto da una web analytics che:

  • prende le distanze dai calcoli statistici fini a sé stessi: possedere numeri senza applicarvi chiavi di lettura qualitative non mi interessa
  • è focalizzata sull’interpretazione dei fenomeni
  • parte da dati grezzi per estrarre informazioni latenti attraverso metodologie custom (mi hanno fatto notare che “metodologie custom” nun se po sentì. lo lascio per autopunirmi)

Per dirla in altre parole, lo scriptino che si limita a conteggiare eventi mi interessa molto poco e sono più stimolato nel creare da me soluzioni di analisi personalizzate in grado di fornire informazioni che solitamente non si trovano facilmente in giro.

Siccome un po’ di settimane fa ho scritto un articolo che è stato molto condiviso tra gli addetti ai lavori (quello delle “10 cagate SEO“) ho pensato di approfittarne per studiare il fenomeno di condivisione e per illustrarvi la metodologia seguita ed i software che ho utilizzato.

Mi auguro che l’attività e le considerazioni che condividerò possa esservi di spunto per svolgere analisi simili.

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