Campagna contro l’abuso del termine “virale”

Lo leggo molto spesso sui siti dei consulenti markettari e allora ho deciso di imbastire la mia personale campagna contro l’abuso del termine “virale”, cioè quando usato come aggettivo per un prodotto che è ancora in fase di ideazione, progettazione o realizzazione.

Esempio: “Adesso scrivo un articolo virale”, oppure “Il cliente ha commissionato un video virale”.

Reality check: in fase di produzione di qualcosa, l’aggettivo “virale” non può essere attribuito al prodotto che deve ancora nascere, perché la viralità è un fenomeno che si manifesta, solo a volte, quando il prodotto è stato ultimato e presentato al pubblico.

Grafico degli influencer

Visualizzazione di fenomeno virale scaturito dalla pubblicazione di un precedente articolo.

Nessuno direbbe: “Questa mattina devo scrivere un articolo famoso” o “Sto scrivendo il soggetto di un film popolare”, perché gli aggettivi “famoso” e “popolare” non sono una caratteristica intrinseca del prodotto o un attributo col quale il prodotto nasce.

Per la stessa ragione, non si può produrre niente di virale. Al massimo si può produrre qualcosa che poi la gente diffonderà viralmente, perché considerato molto interessante.

L’abuso del termine “virale” che osservo in giro, al di là delle considerazioni sulla presunzione di chi vorrebbe far credere di poter produrre qualcosa di intrinsecamente virale, è un uso errato della logica e genera un’aberrazione linguistica.

Il mio consiglio è di togliersi dalla testa l’aggettivo “virale” quando attribuito a qualcosa che deve ancora nascere, tornare a produrre cose interessanti e vivere la viralità come una possibile conseguenza della qualità del proprio lavoro, non come un prodotto da supermercato da includere nella lista della spesa da proporre ad un cliente.

La viralità è un riconoscimento concesso dalla gente, non una caratteristica infusa dal realizzatore.

My two cents.

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Google contro Google: l’assurda convinzione che esista un solo Google

Penso di non aver mai scritto un titolo così tanto vittima del keyword stuffing ma visto che si tratta di un risultato non cercato ritengo di poterlo classificare tra le spontanee e fisiologiche conseguenze di una mancanza di ispirazione.

Mi va di scrivere qualche riga a seguito della recente notizia che ha visto Google penalizzare sé stesso dopo aver commissionato a terzi una campagna di marketing che ha prodotto post promozionali (e qualche backlink che passava PageRank) su vari blog, con l’apparente obiettivo di pubblicizzare un video di Google Chrome.

Non tratterò la notizia in sé (potete approfondirla in questo articolo di SearchEngineLand) ma vorrei chiarire un aspetto che ho notato essere poco chiaro a diverse persone che per un motivo o l’altro sono costrette ad avere a che fare con Google: l’assurda convinzione che si tratti di un singolo soggetto o entità.

Premessa ai fanboy e ai “èilsolitomagnamagnari”

Io ho sempre preferito riflettere col cervello invece che con la pancia, penso che il prodotto finale sia più apprezzabile.

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L’inevitabile declino di Google+ e cos’è la macromyopia

Siccome nel momento in cui scrivo il tempo è tiranno, non ho ancora avuto modo di scrivere un post col mio parere su Google+, che ha ormai poco più di un mese di vita. Avrei tante cose da dire su questo nuovo approccio sociale di Google e attenderò pazientemente che il tempo a mia disposizione torni cospicuo.

Nel frattempo, però, mi limiterò a condividere qualche informazione sul ciclo fisiologico di visibilità che un grande prodotto come Google Plus solitamente segue. In questo modo sarà possibile fare qualche previsione sull’immediato futuro.

Date innanzitutto un’occhiata al grafico che segue, ridisegnato sulla base di quello che trovate nell’articolo “MacroMyopia and the technology hype cycle” di Don Dodge, che vi suggerisco caldamente di leggere.

Grafico che mostra Google+ nella fase di inizio del crollo post-picco

A volte un cartello 'You are here' chiarisce molte più cose di tanti discorsi

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Dieci comandamenti su come difendersi dai “SEO”

Il presente articolo è un guest post scritto da Cesarino Morellato (DAO Daddy), che ringrazio molto per il contributo. [NdLow] :)

Dieci comandamenti su come difendersi dai “SEO”

Cesarino Morellato con le tavole delle regole SEODecalogo dedicato a chi in azienda deve fare la scelta del consulente SEO, o della società SEO, ma non conosce assolutamente niente della materia.

Per chi non sa cosa sia SEO, è l’acronimo di Search Engine Optimization e sta a significare quella attività che studia e aiuta la realizzazione di pagine ottimizzate per i motori di ricerca e ne consente una lettura nel migliore dei modi non solo al navigatore ma anche ai software dei motori.

Durante uno dei tanti aperitivi, con amici SEO, mi sono ricordato di aver ricevuto un’esilarante mail che promuoveva un corso “avanzatissimo” di SEO. Questa mail mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta sulla difficoltà per un non addetto ai lavori nel distinguere la professionalità dagli imbonitori, non per evitare totalmente le fregature ma almeno per ridurle al minimo.

1 Ricerca per nome e cognome

Se non lo trovate non è un buon segno, potrebbe essere che non abbia un sito proprio, ma almeno su Linkedin, Facebook o Twitter ci deve pur essere.

Come può proporvi una cosa che egli non usa? Potrebbe essere un servizio innovativo, ma se dovete fare da cavia meglio saperlo, no? Inoltre le cavie non pagano, anzi alcune volte vengono pagate. ;)

Nel caso di un team, fatevi dare nomi e cognomi dei componenti. Troppo spesso, si spacciano “team dedicati” per poi scoprire che sono solo 2 o peggio è sempre solo una persona.

2 Referenze

Chiedetegli una referenza, un cliente da contattare, ma non un collega! Spesso il nostro è un settore autoreferenziale ed anche un collega ha difficoltà a capire esattamente le capacità e conoscenze dei colleghi, tranne nel caso in cui abbia lavorato insieme.
Un cliente, invece, sarà in grado di dirvi non solo le capacità tecniche, ma anche serietà, riservatezza e attitudine a risolvere i problemi. Un buon fornitore lo si scopre anche in caso di problemi.

3 Garanzie

La conoscenza di un SEO si basa sulla conoscenza di regole del passato, quindi chi garantisce conoscenza del futuro, in realtà fa un azzardo. Come lo staniamo? Proponete il pagamento “tutto” a risultato raggiunto, se accetta le sue garanzie sono in buona fede, se invece sono parte all’ordine e parte a risultato, potrebbe già celarsi la fregatura. Ho visto in passato, sedicenti consulenti farsi pagare il 30 % all’ordine ed il restante spalmato nel tempo a fronte di risultati. Sembrerebbe perfetto, peccato che se sono in male fede, si prendono il 30% non fanno nulla o molto poco e posso fregarmene del saldo.

4 Offerta prima di aver fatto analisi

Se vi vengono proposte delle soluzioni, prima di aver condotto un’attenta analisi, è evidente che non vi sta proponendo qualcosa utile a voi, ma tenta di vendere un suo prodotto, a prescindere da cosa vi possa servire. E’ come un venditore di aspirapolvere, non si preoccupa di capire le vostre esigenze, cerca solo di vendervi il suo prodotto. Vi serve un trapano? Ma se lui ha l’aspirapolvere, quella tenta di vendere.

5 Servizio chiavi in mano

Diffidate da chi vi vuole vendere un servizio, chiavi in mano, dove voi non dovete fare nulla. Non esistono casi dove l’attività viene data tutta in out sourcing! I contenuti del sito, per esempio, non possono essere scritti da un esterno, tranne nel caso in cui questo esterno non venga formato nel prodotto o nel servizio erogato dal sito. Inoltre l’attività del SEO non può e non deve terminare dopo un lasso di tempo, ma è un’attività che prosegue nel tempo. Ne deriva che se viene usato un servizio esterno, si dovrà pensare ad un rapporto duraturo nel tempo.

6 Servizio a numero di chiavi di ricerca

Un servizio a numero di chiavi di ricerca è da evitare, primo perché se il progetto SEO che intraprendete è agli inizi non sapete né quali né quante sono le chiavi che generano traffico o conversione, in altre parole quelle che vi saranno utili.
Secondo, perché il numero delle chiavi è relativo ai settori, vi sono settori composti da 10 chiavi altri da migliaia e questo a priori non è dato a sapersi.

7 Vuole vendervi il SEO a tutti i costi

Non è detto che il servizio SEO vada bene per tutti i progetti. Se uno vuole vendervi a tutti costi il suo servizio, potrebbe essere che la sua necessità sia di vendere il suo prodotto, non quello che serve a voi. Porre sempre la domanda, in quali casi il SEO non è conveniente? Se non risponde, o risponde in modo evasivo, dubitate!

8 Lingua italiana

Valutate anche il modo di esprimersi, se poi dovrà occuparsi anche dei contenuti del vostro sito, è fondamentale che conosca la lingua italiana. Non sottovalutate il modo di scrivere, se nella documentazione dovete rileggere in continuazione e non capite cosa scrive, pensate che quella è la sua materia e non la sa spiegare: come potrà farlo con il vostro prodotto o servizio che conosce certamente meno?

9 Trucchi e segreti

Non esistono né trucchi e segreti né maghi o guru! Chi millanta di conoscere la formuletta magica, è come un cartomante, gioca sulla suggestione o sulla vostra non conoscenza. Per raggiungere risultati, il lavoro da fare è proporzionato alla competizione del settore.

Anche per i bond argentini o Parmalat si promettevano “miracoli”, ed anche in Internet come nella realtà, le scorciatoie possono essere rischiose.

10 Lista dei motori

In Italia purtroppo, e sottolineo purtroppo, Google la fa da padrone, possiamo aggiungere Bing e Yahoo ma la lista finisce qui. A chi vi vuole vendere servizi comprendenti altri motori oltre ai sopra citati, chiedete sempre di inserirvi nel contratto i posizionamenti in Google. Se poi sarete anche su altri motori, meglio, ma non possono e non devono essere oggetto della garanzia o del contratto.
NB: questo vale per un progetto in lingua italiana in Italia, se il progetto è internazionale, fatevi dare le percentuali di share dei vari motori che vogliono vendervi.

Spero che la lista vi sia di aiuto e vi faccia evitare brutte sorprese.

Cesarino Morellato
DAO Daddy

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Il giornalismo SEM in Italia: inesistente?

Come spiegavo nell’articolo della scorsa settimana, SEO Quotidiano doveva essere nelle mie intenzioni un progetto di solo un paio d’ore, per vedere che cosa riuscivo ad ottenere in quel poco tempo.

SEO QuotidianoLe cose non sono andate come mi attendevo: un po’ perché sono nate tante richieste sull’aggiunta di nuove caratteristiche al servizio, un po’ perché quella ciofeca di PostRank ha smesso di aggiornare il feed dal quale mi approvvigionavo, costringendomi a investire tante nuove ore per sviluppare delle routine che si interfacciano direttamente con la API del servizio.

In conseguenza di ciò e del nervosismo maturato per aver perso un’intera domenica, non nutro particolare simpatia per questo progetto, anche se ha riscosso interesse. Tuttavia mi ha dato modo di osservare diverse cose sulla produzione di articoli SEO/SEM di lingua italiana.

La quantità di articoli SEO in Italia

SEO Quotidiano fa fatica ad aggiornare la colonna degli articoli in italiano. Il problema è che la quantità di notizie in italiano è talmente bassa che selezionando gli ultimi 15 post del settore c’è il rischio che il quindicesimo risalga a molti giorni addietro.

In altre parole, e prescindendo per il momento dagli aspetti qualitativi, il problema principale è la carenza di fonti SEO italiane.

Ho anche avuto difficoltà a cercare fonti non-SEO ma che saltuariamente producono articoli SEO taggandoli in tal senso e mettendo a disposizione i feed per specifici tag. Per questa ragione, non mi è stato possibile individuare nemmeno coloro che di SEO parlano una volta ogni tanto, magari per segnalare novità importanti del settore.

La varietà di articoli SEO in Italia

Qui il fenomeno è tipico di tutti i settori: a creare articoli nuovi ed originali sono in pochi, tutti gli altri si limitano a fare report di notizie che arrivano dall’estero.

Entrambe le tipologie di articoli possono essere di qualità ma le novità estere riportate sono solo le principali e quindi capita che tra le notizie in italiano di SEO Quotidiano vi siano due o tre articoli che riportano la stessa novità.

Questo fenomeno avviene molto meno frequentemente nella colonna delle news in inglese, perché la varietà di argomenti trattati è estremamente più ampia e SEO Quotidiano riesce a fornire al lettore sia le novità più importanti sia gli articoli dedicati a notizie secondarie ma comunque interessanti.

La qualità di articoli SEO in Italia

La percezione di qualità è soggettiva, tuttavia io ritengo che la qualità degli articoli italiani sia alta, in particolare quella degli articoli che vengono scritti sulla base di un’idea originale o di una considerazione intelligente. Ma anche gli articoli che riprendono news dall’estero sono solitamente gestiti con cura da chi se ne occupa.

Un business mancato per gli italiani?

Mi è stato fatto giustamente notare da Fabrizio Ventre che i SEO non hanno molto tempo per scrivere articoli, visto che fanno il lavoro di SEO.

Le ragioni per le quali all’estero ci riescono e qui non ci riusciamo sono a mio giudizio almeno due:

  • chi all’estero scrive di search marketing e di motori di ricerca non necessariamente fa il SEO di professione, magari di mestiere fa proprio il blogger del settore
  • in Italia il modello è meno replicabile per una questione di volumi inferiori, come mi faceva notare Cesarino Morellato

Io ci aggiungo anche: in italia forse manca l’interesse a farne un business o una professione.

Sulla replicabilità del modello di SEM blogging in Italia, ci sono due aspetti che vorrei evidenziare. Il primo è che l’interesse nel settore da parte di aziende e professionisti è destinato a crescere, sopratutto tenendo conto dell’ampliamento di temi che il search marketing sta vivendo a seguito del fenomeno social.

Come detto altrove, magari si fa fatica a chiamarlo ancora “SEO” ma è indubbio che di fermento ce n’è tanto e che, da quello che osservo personalmente e attraverso l’esperienza di amici e colleghi, la richiesta di servizi SEM da parte delle aziende non accenna a diminuire, anzi…

Il secondo aspetto riguarda l’alimentazione del mercato: se da un lato è vero che esiste una crescita fisiologica, questo non significa che la velocità di crescita non possa essere incrementata investendo in marketing, eventi e facendo il possibile per raggiungere ed evangelizzare non solo coloro che conoscono già il settore ma sopratutto coloro che attendono ancora qualcuno in grado di instradarli nel search marketing.

I volumi ancora bassi dei quali ci lamentiamo, e che non giustificherebbero ancora un business fondato sul “giornalismo SEM”, sono in parte dovuti al fatto che gli investimenti di chi opera nel settore hanno solo l’obiettivo di portare benefici a sé, non al settore nel suo complesso, se non indirettamente. Per esempio, di “consorzi” o “associazioni” che potrebbero avere l’obiettivo di far conoscere di più (e bene) il search marketing all’aziende non c’è, nella pratica, alcuna ombra.

Il risultato di tutto ciò è che il giornalismo SEM viene visto in Italia come qualcosa da fare nel tempo libero; e se di tempo libero non ce n’è, pazienza.

E quindi, anche osservando quanto il progetto di Motoricerca.net abbia avuto vita lunga, chiedo da semplice utente a chi ne sa e capisce più di me: è davvero impossibile sperare in Italia nella crescita di un giornalismo specializzato in questo settore? Come sono messi, a confronto, altri settori come quello del social marketing?

P.S.
E se avete fonti SEM interessanti da segnalare per SEO Quotidiano, basta dirlo! :)

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Marketing Myopia applicato al search marketing

Un po’ di tempo fa mi sono imbattuto in un documento che molti markettari troveranno familiare ma che il sottoscritto sconosceva del tutto. Si trattava di “Marketing Myopia” (qui un PDF), scritto da Theodore Levitt e pubblicato su Harvard Business Review nel 1960.

Nell’articolo Levitt illustra le criticità che possono nascere quando un’azienda è così fortemente focalizzata sul proprio prodotto da perdere di vista i consumatori e le loro reali necessità.

Tale miopia non permette alle aziende di rendersi conto che i clienti potenziali non sono coloro potenzialmente interessati ad acquistare il loro prodotto bensì coloro che sono interessati a soddisfare un bisogno nel migliore dei modi. Tale miopia non consente alle imprese di cogliere nuove opportunità e di crescere.

Gli esempi proposti da Levitt vanno dal settore ferroviario, che non percepì sé stesso nel più ampio mercato dei trasporti, a quello cinematografico, che non percepì sé stesso nel più ampio mercato dell’intrattenimento.

A distanza di cinquanta anni le cose sono un po’ cambiate, ovviamente, ed oggi è impossibile trovare un film animato che non vada di pari passo con la produzione di giocattoli, merchandise, videogiochi, CD, giostre nei parchi a tema, suonerie per cellulari e qualunque altra cosa possa essere ricondotta al mondo dell’intrattenimento.

Per fare un esempio più attuale, è di pochi giorni fa la notizia che la più grande compagnia americana di wrestling, la WWE, ha deciso di bandire completamente il termine “wrestling” o “wrestler” dalla propria comunicazione per proporsi d’ora in poi come una più generica azienda di intrattenimento. Al calo di interesse registrato (già da anni) su uno specifico prodotto, la WWE ha reagito ridefinendo il proprio mercato di riferimento e, come conseguenza, il proprio prodotto.

La miopia nel search marketing

Don't panic!
Nel 2008 mi son ritrovato a dover rivedere il mio approccio alla professione di SEO, dietro la spinta di due necessità:

  • trovare il modo di far percepire di più ed applicare meglio le mie capacità
  • abbracciare il fenomeno “social” in quanto ormai strettamente legato al SEM

Dei due, è il secondo punto che potrebbe rappresentare la criticità maggiore per quelle aziende o consulenti che nel corso degli anni si sono specializzati sul search mantenendo il proprio focus su questo canale.

La criticità non nasce tanto dal fatto che sia intrinsecamente pericolosa una specializzazione, quanto nel fatto che a imporre un’evoluzione del search marketing è il mercato, non limitato all’universo dei consumatori.

Gli stessi motori di ricerca, nell’ampliare le loro analisi del web, hanno da tempo incluso il monitoraggio di segnali social e sistemi per la personalizzazione delle ricerche. Volente o nolente, questi cambiamenti impongono una gestione del search più attenta alle tematiche sociali e più vicina ai comportamenti della gente.

Dalle aziende non ci si può aspettare una reazione spontanea e immediata ai mutamenti del mercato. Quando le agenzie del settore search passarono dalla fase spammosa alla fase seriosa non fu per lungimiranza o per maturità di una visione del mercato ma perché tra il 2004-2005 Google iniziò a fare il culo alle pagine doorway, imponendo a tutti un’evoluzione. Punto.

La stessa identica sensazione di costrizione l’avverto da qualche anno e diventa sempre maggiore: in piena epoca interattiva, su un web generato e valutato sempre più dagli utenti, un cambiamento del “prodotto search” è a mio parere inevitabile. Si tratta di un’inevitabilità che non presenta gli stessi elementi di repentinità di quando Google iniziò a penalizzare le doorway, ma rimane comunque un passo che molti comprenderanno essere necessario.

Per usare una metafora darwiniana, le condizioni ambientali sono cambiate e ci si aspetta che le specie si adattino. Fortunatamente per chi lavora nel search marketing, i mutamenti non sono ancora particolarmente repentini (ma occhio alle accelerazioni) e questo darà più tempo per adattarsi a quei soggetti molto specializzati, che in condizioni di maggiore repentinità dei cambiamenti di habitat sono solitamente i primi a soccombere.

Il settore del search marketing è destinato a focalizzarsi un po’ meno sul search ed un po’ più sul marketing: ogni atteggiamento contrario va considerato miope e un ostacolo alla crescita del proprio business.

Cambiar pelle è difficile

Tre anni fa non avrei mai immaginato che avrei smanettato con le pubblicità di Facebook, sviluppato tool per Twitter, monitorato in tempo reale le ricerche degli italiani su Google o analizzato il buzz online, eppure queste attività sono arrivate come semplice conseguenza di un cambiamento della società e di un ampliamento degli interessi del sottoscritto.

Esistono però almeno tre grandi limiti che, in base alle mie osservazioni, rallentano tale evoluzione, che è sia culturale sia di business:

  • La rigidità delle strutture già esistenti
  • Il mito della specializzazione
  • L’amor proprio

Di fronte alla necessità di cambiare bisogna fare i conti con la propria natura. Se per un consulente freelance la libertà di scelta può tradursi facilmente in una modifica della propria professione, lo stesso non si può dire per le aziende, che possiedono strutture ben definite e più difficili da modificare.

Per le aziende il cambiamento è più difficile se la struttura è stata cucita in maniera molto aderente attorno ad uno specifico prodotto, ai ruoli necessari ad erogarlo e ai flussi necessari a gestirne la produzione. Se prodotto e flussi possono essere ridefiniti con una cerca agevolezza, una ridefinizione dei ruoli deve fare i conti con l’organigramma esistente e con le persone assunte.

Il problema è particolarmente critico perché un’evoluzione del search che abbracci il social deve passare attraverso l’acquisizione di nuove competenze (anche incamerabili attraverso nuove assunzioni) e può comportare la parziale inadeguatezza dei dipendenti preesistenti.

Perché? Perché i migliori SEO che conosco sono per costituzione dei nerd ipercritici, a volte anche rompicoglioni olimpionici; tali elementi caratteriali sono funzionali a trovare errori da correggere (questo fa il SEO) ma che siano compatibili con l’universo social è tutto da dimostrare…

Esiste anche una seconda inadeguatezza, quella relativa ad altri ruoli necessari a mandare avanti la baracca: reparto vendite e accounting. Ma se trattassi adesso questo aspetto rischierei di uscire fuori discorso e di invadere quello ben più ampio su cattedrali e bazaar. Forse in futuro scriverò qualche considerazione anche su questo aspetto.

Il secondo limite è quello del mito della specializzazione. Si noti: non il fatto che un’azienda o un consulente siano specializzati quanto il fatto che alla specializzazione venga assegnato un valore talmente alto da ritenere questa caratteristica irrinunciabile o non modificabile. E’ questa visione che a mio giudizio costituisce un limite alla crescita in condizioni di trasformazione di un mercato.

Ho già indicato il danno che una specializzazione estrema produce in una fase di cambiamenti repentini del mercato: tali soggetti sono i primi a farne le spese. Vale però la pena di specificare che per le aziende o, più in genere, per i gruppi di professionisti è possibile mantenere la propria specializzazione su un settore senza rinunciare ad ampliamenti delle competenze su nuove discipline. L’importante è investire nuove risorse (personale, tempo) nell’acquisizione delle nuove competenze senza sottrarne al search.

Il terzo limite è quello dell’amor proprio, sul quale mi posso esprimere solo limitatamente allo scenario italiano, non avendo grande visibilità di quanto avviene altrove.

Mi è capitato di osservare più volte dei SEO che hanno fatto della propria scelta professionale una scelta filosofica. In parte, questo fenomeno è legato alla psicologia dei SEO, sulla cui ipercritica mi sono già espresso qualche paragrafo fa. Altre volte dipende da una semplice mancanza di interessi. Altre volte ancora è la conseguenza di un atteggiamento elitario, che per anni ha remato contro una reale integrazione tra SEO e SEA, rinunciando ai benefici che da essa possono derivare.

Lo stesso amor proprio, la stessa miopia, rischia adesso di costituire un limite ad accogliere le nuove evoluzioni che il search marketing sta affrontando. Una eccessiva gestione a compartimenti stagni, una fossilizzazione nelle stesse attività svolte negli anni, un disinteresse a priori nei confronti di fenomeni che influenzeranno sempre più il comportamento delle stesse persone che fanno ricerche sui motori, rischia di trasformare eccellenti professionisti SEO in eremiti fuori dai giochi.

Non c’è utilità nel search marketing se non viene integrato nelle più ampie strategie di marketing delle aziende; allo stesso modo non c’è utilità per i professionisti SEO se non comprenderanno che il proprio ruolo è funzionale ad obiettivi che si raggiungono attraverso la collaborazione tra canali diversi, che a volte possono anche convergere, come sta avvenendo in parte tra search e social.

Essere pronti ai cambiamenti già in corso significa semplicemente trovare una formula che concili passione ed esigenze, predisposizioni ed obiettivi dei clienti, esperienze acquisite e crescita culturale.

Questo scopo non implica dover sovvertire la propria natura professionale, ma implica che il timore del cambiamento deve essere messo da parte e che ci si muova per ottenere le migliori condizioni per affrontare le nuove sfide.

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